Sulla via di Damasco

L’intervento militare in Siria è alle porte, questo è un fatto ormai considerato ineludibile. Il triste copione delle trattative internazionali è di nuovo in scena con stucchevole ripetitività, come una vecchia ballata popolare che nessuno ama più, ma nessuno è in grado di modificare. Così, dopo mesi di massacri di inermi civili, è arrivato il momento di mandare i nostri aeroplani ad estendere il massacro, con le solite, più che dubbie finalità. I russi, per far capire a tutti la bontà del modello Cecenia, attuato dal medesimo presidente attuale, spendono in caviale per gli ospiti del G20 quanto basterebbe per sfamare l’intero Darfour. Gli americani chiedono un mandato dell’ONU, come fanno sempre per legittimare le loro bieche strategie militari, e puntualmente lo otterranno, tale e tanto è il loro strapotere politico in quel consesso. Gli italiani hanno già dato prova di essere pronti a recitare di nuovo il loro ruolo di comparsa da operetta; i francesi a far vedere che loro non sono né carne né pesce, né NATO né Europa, ma solo la grandeur li guida! Gli inglesi si autopromuovono controllori e validatori delle bugie americane e la triste ballata finirà in un altro sterminio senza senso.
Dopo tutto quello che ha sofferto in questi mesi, il popolo siriano non aspetta altro che qualche bomba “amica” finisca l’opera di disintegrazione del proprio paese, magari colpendo l’anagrafe centrale, il catasto e altre istituzioni indispensabili, come è avvenuto per gli iracheni.
Ma noi? Noi che siamo quelli che finanziano con le proprie tasse e che legittimano con le loro forme democratiche questi governicchi, questi dittatorelli guerrafondai, noi cittadini europei e americani che pensiamo di incarnare le grandi democrazie civili, che facciamo?
Un’altra bella fiaccolata con le bandiere arcobaleno che oggi sembrano più una riedizione vintage del brand Apple, che non un vero simbolo di partecipazione?
Una bella giornata di digiuno e di preghiera assieme al nuovo Papa? E’ così che troveremo, anche questa volta, un modo per assolvere le nostre coscienze; per restare ben chiusi nella nostra area di comfort, per dire a noi stessi che noi non eravamo d’accordo? Siamo così fiduciosi che la storia, l’umanità tutta, ma per primi i nostri figli, non ci chiederanno conto della nostra ignavia?
La domanda-alibi dietro la quale ormai da troppo tempo ci nascondiamo tutti è sempre la stessa: cosa, esattamente, possiamo fare?
E così restiamo comodi nella nostra impotenza, magari sperando di essere anche noi, un giorno, “illuminati” come San Paolo, sulla via di Damasco.
Il mio contributo a questa riflessione e la mia posizione politica trova oggi un motivo in più per esservi riproposta.
E’ mia ferma convinzione, e gli eventi della storia la rafforzano, che le regole della convivenza fra i popoli di questo pianeta vadano riscritte. E’ proprio in quei consessi internazionali come l’ONU, il WTO, l’Unione Europea, il Fondo Monetario, che dobbiamo promuovere e indirizzare una classe politica nuova, capace di mettere in discussione e ridisegnare le regole del gioco.
Dobbiamo rimettere in ordine le priorità ed i valori sui quali basare la nostra convivenza, i nostri scambi economici e culturali, la crescita dei popoli, la diffusione dei diritti ed i limiti del rispetto di tutti gli uomini e della vita nella quale siamo immersi.
La prima regola da studiare di nuovo è proprio quella che sancisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, che porta con sé il principio di non ingerenza nelle vicende interne di un paese da parte degli altri. Non ha funzionato.
Ne abbiamo una evidenza storica ormai lunga e abbondantemente bagnata dal sangue. Dobbiamo riparlarne, è certo ed è urgente.
Il dibattito passa obbligatoriamente per la critica ragionata delle forme di governo, delle modalità di gestione del potere, della necessità di fissare con chiarezza i limiti e le garanzie necessarie per essere legittimati ad avere scambi economici, cooperazione, dialogo e rispetto.
Voglio portare all’attenzione del lettore un esempio recente e vicino: la Grecia.
Al momento del rischio di default finanziario, il Fondo Monetario, la BCE, l’Unione Europea ed altre forme di potere sulla cui legittimità ho più di qualche dubbio, si sono precipitati a porre condizioni ed entrare nel merito della gestione politica del paese. Addirittura si è scelto “dall’esterno” il Primo Ministro, come in Italia è stato per Monti.
Perché mai, e soprattutto come, si è arrivati a questo? Come è possibile che una situazione di economia o, peggio, semplicemente monetaria, consenta di valicare i limiti del rispetto dell’autonomia di un popolo, ed invece un bagno di sangue come quello attuato da Assad ci veda ancora qui a discutere dei nostri improponibili distinguo? Non sarebbe forse più giusto intervenire, in altre forme si intende, prima e più incisivamente contro queste repressioni che non contro una dubbia ragioneria? Non sarebbe più opportuno che gli scambi commerciali fossero subordinati al vaglio delle condizioni umane e sociali di ciascun paese?
Le garanzie di democrazia, il diritto all’informazione, le libertà dei singoli individui, delle donne, dei poveri, dei malati, non dovrebbero essere considerati dei pre requisiti per essere parte attiva della comunità umana del pianeta?
Che ci sarebbe di male se un organismo internazionale, democraticamente eletto, avesse il potere di verifica e di sanzione in merito al rispetto di questi valori, anche al di là dei limiti attuali? Perché mai una autorità economica e finanziaria oggi può farlo ed una autorità umanitaria non ce l’abbiamo neppure? Così che i diritti del denaro decidono la politica e il destino degli uomini e per avere i diritti umani si deve pagare un tributo di sangue ai signori della guerra? Si può cambiare davvero, eccome. Tutto sta a cominciare, tutti insieme. Basta manifestazioni, fiaccolate e piagnistei organizzati, tanto per accontentare il buonismo ipocrita del popolino ignavo. Si può fare e si deve fare. La responsabilità è di ciascuno di noi. Da oggi possiamo essere noi a decidere che non ci basti accendere una candelina per tacitare la nostra coscienza e sentirci illuminati, sulla via di Damasco.

08. settembre 2013 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

La Stadera

Molti anni fa, la EXXON, la più grande compagnia petrolifera del mondo (in Italia Esso, ndr) diede inizio ad una forte campagna per l’uso dei distributori self-service. Facendo il pieno di benzina da solo, il consumatore otteneva un leggerissimo risparmio sul costo del rifornimento. In quegli anni il prezzo del carburante in Italia non era ancora stato liberalizzato, dunque lo sconto che la compagnia poteva praticare era assai esiguo. Erano anche gli anni in cui la benzina senza piombo  non era ancora in uso: le malattie causate dal piombo inalato per anni dagli addetti alla pompa, cominciavano ad essere riconosciute come cause di servizio, procurando non pochi danni economici alle compagnie. Oggi la benzina verde crea certamente danni minori e, con la liberalizzazione del mercato, gli sconti praticati dalle compagnie sono aumentati significativamente. Così si è diffusa sempre di più l’abitudine di rifornirsi al self service quotidianamente e non solamente in condizioni di emergenza. Personalmente non ho mai gradito questa politica, per due ragioni fondamentali: la prima è che sono una persona ben disposta  a pagare un servizio e riconoscerne il valore, invece che a cimentarmi in un lavoro che non mi appartiene. La seconda è che mi apparve subito chiaro che quella politica, una volta diffusa, come è oggi, avrebbe tagliato migliaia di posti di lavoro, a fronte di risibili risparmi individuali.. Continue Reading →

07. luglio 2013 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

What is Monte Pasky?

 

Ero nel mezzo di una riunione di affari, in qualità di consulente allo sviluppo delle attività internazionali per un piccolo gruppo di imprenditori italiani del settore immobiliare, quando il nostro referente statunitense pose questa semplice domanda. Poiché si era fatto più volte riferimento al “Monte dei Pascoli”, come lo chiamavano i miei clienti toscani, l’americano, evidentemente digiuno di conoscenza del nostro paese, domandò schiettamente:- What is Montepasky? “ A quel punto il più giovane e rampante della piccola rappresentativa seduta al tavolo sbottò con un toscanissimo: “ Oh grullo!, guardi che noi ci s’ha il Monte dei pascoli da prima che Colombo scoprisse l’America! E ‘un’è che si stia parlando di una cosuccia da nulla, gli è la prima banca ammondo!” Finì a ridere e, per mia fortuna, l’americano non se la prese più di tanto, anzi. Alla fine l’idea di aver conosciuto la prima banca del mondo e di avere un’opportunità di combinare affari con dei suoi clienti gli piacque; tanto che di lì a poco fui spedito nella Repubblica Dominicana per proporre un piano di urbanizzazione di una vasta zona in via di sviluppo, vicino al capoluogo.

Mi è tornato alla mente e ho voluto raccontare questo episodio in questi giorni in cui è scoppiata la “grande bufala” del Monte Paschi, perché lo trovo esemplificativo di una sorta di orgoglio nazionale, di affezione ai simboli prestigiosi del nostro paese che vediamo crollare ad uno ad uno davanti ai nostri occhi attoniti, ad opera di una classe dirigente che dimostra ogni momento di più la sua inconsistenza, il suo marciume, il suo livello insostenibile di corruzione, di intrecci, di connivenze ed intrighi di bassa lega. Una sorta di gigantesca associazione a delinquere che non trova riscontro in nessun altra parte del mondo e che difende se stessa con uno stile spudorato, insolente, arrogante, fino al limite del paradosso e, troppo spesso ormai, ben oltre. Da troppi anni ormai questa gentaglia al potere nel nostro paese ha preso il vezzo di dichiarare in pubblico, a propria discolpa, affermazioni cui non potrebbe credere neanche un bambino. Da Scajola che non sa chi gli ha comprato la casa a Rutelli che “non si è accorto” che dal conto della Margherita mancavano 12 milioni su 13, a Bersani che urla “li sbraniamo” se provano ad addossare la colpa alla fondazione, proprietà del Comune e degli altri enti politici, tutti rigorosamente e saldamente nelle mani del partito da sempre. Degni compari di quella maggioranza di “onorevoli” che è andata a dichiarare in parlamento che per loro  Ruby era davvero la nipote di Mubarak! Eppure non mi sembra che la nostra pur terribile costituzione preveda il diritto di presa per i fondelli del senso comune.

Ma veniamo al Monte Paschi, il caso giusto per porre qualche piccola riflessione, per guardare bene quello che è sotto gli occhi di tutti.

Dunque la più antica banca del pianeta compra un’altra banca. E’ il 2007, non ieri mattina, il 2007, lo ripeto. Quando compra dal Banco Santander la Antonveneta, la banca oggetto dell’acquisto è valutata 3 miliardi di eur. Valutazione oggettiva, certificata ed in più registrata a quel valore negli asset della banca cedente, il Santander. Nessun dubbio possibile, quindi: la Antonveneta “vale” 3 miliardi. Era l’8 novembre 2007 quando MPS dichiara di aver raggiunto un accordo per l’acquisizione di questa banca per 9 miliardi di Eur, tre volte il suo valore! Provate a comprare una Panda che costa 8 mila Eur e dichiarare che l’avete acquistata per 24 mila, e vediamo quanto tempo impiega Befera a mandarvi gli scagnozzi di  Equitalia a suonare il campanello di casa! Niente. Silenzio assoluto da parte di tutti: media, controllori di ogni genere, la Consob, la Banca d’Italia, il Ministero delle Finanze, l’ABI infine. Non che l’ABI sia un organo di controllo, non commettete l’errore di vederlo in questo modo e men che mai un organismo di tutela per chiunque altro che non siano i suoi associati, le banche. Un cartello puro e semplice, detto in italiano. Presidente dal 2010 dell’ABI, Giuseppe Mussari, presidente anche di MPS: a riprova.  Silenzio e non solo. Il 4 febbraio del 2011, la nostra banca MPS risulta essere la quarta banca italiana per capitalizzazione: un successo! Peccato che a fine anno il bilancio presenti una perdita di 4,7  miliardi. Sintesi della prima considerazione: quando uno compra una cosa a tre volte il suo valore (e più, alla fine i miliardi di Eur saranno ben più di 10 ndr), viene bene un famoso detto di Andreotti: “ A pensare male si commette peccato, ma si indovina spesso”. Secondo voi? Ma no, qui nessuno pensa male. Neanche la Banca d’Italia che si è vista passare davanti un acquisto del genere, si è accorta di nulla. E oggi ci dice di essere stata ingannata, Già, perché tu sei messo lì a guardare cosa fanno le banche, mandi in giro i tuoi ispettori nelle filiali, poi ti Continue Reading →

11. febbraio 2013 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

Fratelli d’Italia

Aridatece i marò!

La vicenda dei due militari italiani arrestati in India è ancora e purtroppo una ferita aperta nel cuore e nella dignità del nostro popolo. Come italiano faccio davvero fatica ad accettare di essere sempre vilipeso, oltraggiato e sbeffeggiato in ambiti internazionali e ritengo, senza alcuna attenuante, gravemente colpevoli di tutto questo i politici che, da un tempo ormai inverosimilmente lungo, non sono più i legittimi rappresentanti del nostro popolo. Primo fra tutti il Presidente della Repubblica – secondo la Costituzione comandante supremo delle Forze Armate – del quale, sinceramente, mi vergogno. Questo dunque il mio stato d’animo frustrato ed umiliato mentre mi accingo a proporre ai lettori del Blog della Ghigliottina le mie riflessioni sulla vicenda. Al di là del sentire personale, per quanto difficile sia superare il risentimento, proviamo ad esaminare gli aspetti fondamentali della vicenda, che pongono alla nostra attenzione tre questioni fondamentali. La prima è naturalmente una questione di diritto internazionale. La convenzione delle Nazione Unite recita chiaramente che una imbarcazione che si trovi in acque internazionali deve considerarsi a tutti gli effetti territorio della nazione della quale porta la bandiera. Dunque la sparatoria incriminata è avvenuta in territorio italiano. Non esiste alcun dubbio nel merito. Semmai il dubbio esiste, eccome, sul fatto che fosse proprio quella sparatoria ad aver causato la morte dei pescatori indiani, non coincidendo l’orario – oltre 4 ore di differenza, la posizione della nave – da 5 a 15 miglia di distanza, la tipologia dell’imbarcazione oggetto del tiro dei soldati – l’equipaggio ha già testimoniato nel merito, e nemmeno il tipo di proiettili rinvenuti sui corpi delle vittime – a disposizione della corte già dall’inizio del processo. Infine le circostanze dell’arresto: la nave è stata fatta entrare in porto (perché il comandante ha acconsentito ad una scemenza simile?ndr) e la polizia locale ha chiesto il permesso di salire a bordo per un “controllo amministrativo”, richiesta alla quale il comandante, inopinatamente rientrato in porto, non poteva sottrarsi; dopodiché i poliziotti hanno tratto in arresto i due militari, violando le regole del diritto internazionale nuovamente e commettendo un sopruso senza precedenti. Lo Stato offeso, dunque, la vittima di reiterate violazioni del diritto internazionale, siamo noi, l’Italia e non l’India o il Kerala. E questo ci porta direttamente alla seconda questione, quella diplomatica. Sui trattati internazionali, le convenzioni bilaterali e tutto ciò che riguarda la prassi e la gestione dei rapporti diplomatici esistono migliaia di documenti e secoli di storia sui quali gli studiosi lavorano da sempre. Nei fatti, poi, ogni episodio rappresenta un caso a sé e, proprio per la complessità della materia, si finisce sempre per trovare soluzioni non previste nella letteratura che attribuiscono un peso maggiore a questo o quell’aspetto, a questo o quel principio. Abbiamo visto nella nostra storia recente casi clamorosi come quello di Sigonella, quello di Pinochet e, più di tutti il caso Ocalan – fondatore del PKK – del quale l’allora presidente del Consiglio D’Alema negò l’estradizione verso la Turchia in quanto in quel paese ere in vigore la pena di morte e combinò tali e tanti “pasticci” internazionali che restano ad abbellire il suo curriculum politico. Anche la Svezia, a proposito dell’attualissimo caso Assange, ha espressamente dichiarato che, nel caso egli si costituisse abbandonando l’ambasciata nella quale si è rifugiato, mai concederebbe l’estradizione verso gli Stati Uniti. E’ bene ricordare a questo punto che anche in India è in vigore la pena di morte e che i nostri marò sono esposti a questo rischio. Ma la storia della diplomazia è anche costellata di dichiarazioni forti, prese di posizione, ritorsioni economiche e minacce più o meno velate che, nei fatti, servono ad affermare principi, a porre condizioni, a fissare insomma dei punti imprescindibili di una qualsiasi trattativa; a farsi rispettare, in una parola. Noi ci siamo limitati a farci prendere per i fondelli da mezzo pianeta e ad assistere a dichiarazioni ridicole condite da erre moscia e foulard di Ascott da un diplomatico da operetta che è il nostro ambasciatore in India e da altre meschine cialtronesche dichiarazioni  alla stampa da parte dei due ministri degli esteri, Pinocchio Frattini prima e Imbalsamato Terzi dopo. Se poi metà degli italiani oggi vorrebbe ricacciare a pedate in India tutti gli immigrati clandestini che affollano le nostre periferie, i benzinai notturni e riempiono le strade di mercatini illegali non pagando un centesimo di tasse, per favore non diamogli dei razzisti, sono solo sacrosantamente incazzati, e non ce l’hanno mai avuta con gli indiani! Poi monta il desiderio di reazione di  forza, la boria interventista. Se i marò fossero stati americani, già ci sarebbe la Nimiz al largo del Kerala e sarebbero a casa in un paio di giorni, se fossero stati israeliani, avremmo visto un’altra Entebbe, se fossero stati inglesi, l’India vedrebbe minacciata la sua indipendenza un’altra volta… e via dicendo. Libero sfogo alla frustrazione degli italiani sbeffeggiati da un governo, quello indiano, evidentemente ben consapevole di poterselo permettere, offesi e traditi da una classe politica insulsa, al potere da troppi anni senza essere stata votata. Infine la terza questione sul tavolo è la pirateria. Da quando l’uomo va per mare, esiste un solo modo di relazionarsi con i pirati: affondarli. A parte la breve parentesi degli scellerati accordi fra la corona d’Inghilterra e i corsari di “Sir” Francis Drake, dovuta più all’incapacità della marina inglese di calcolare la longitudine che non alla affabilità dei suoi diplomatici, per tutto il resto, la storia è sempre andata così e non si vede come potrebbe andare altrimenti.

Per quanto possiamo cercare di essere umanamente comprensivi, per quanto tentiamo di trovare formule e vie diverse per affrontare il problema – vedi la cooperazione fra stati, che proprio il comportamento dell’India mette seriamente a repentaglio – quando sei solo in mezzo al mare e ti si avvicina un battello pieno di uomini armati, o spari per primo o soccombi. Su questo argomento il dibattito internazionale è in corso, stante il dilagare del fenomeno in diverse aree del pianeta. La pirateria è considerata una piaga e assistiamo di frequente ad ipocrite posizioni di stati africani che chiedono aiuto per arginare il fenomeno ai paesi occidentali interessati a proteggere i loro traffici marittimi in alcune zone. Dico ipocriti perché anche un bambino capirebbe il banale ricatto che si nasconde dietro queste facili menzogne. Ed infatti gli “aiuti”, quando vengono concessi, sono sempre forme di finanziamento a politici corrotti e niente più, certo non ne beneficiano quelle popolazioni affamate che poi, per disperazione, secondo questo modo curioso di raccontare la storia, si dedicherebbero alla pirateria. Il grottesco che si aggiunge al ridicolo. E’ evidente che si tratti di operazioni di estorsione del “pizzo” a livelli internazionali. Delle due l’una, vuole ancora il Pensiero della Ghigliottina: o sconfessi i pirati ed accetti che vengano mitragliati per legittima difesa, oppure ti schieri dalla loro parte e te ne assumi la responsabilità.

Allora: posto che gli uomini del Battaglione San Marco sono una forza di elite fra le meglio addestraste del mondo e che rappresentano motivo di orgoglio e di onore per la nostra patria e che come cittadino italiano sono fiero di poter affermare che quei ragazzi non si stavano certo divertendo a sforacchiare pescherecci inermi in mezzo all’oceano indiano e che la loro professionalità è garanzia del rispetto delle regole di ingaggio internazionale, ‘CAZZO VUOLE L’INDIA?

 FC

25. dicembre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

Sallusti Requiem

L’Italia è l’unico paese al mondo nel quale esista l’ Ordine dei giornalisti. Come un qualsiasi altro ordine professionale, esso è dotato di un codice deontologico e di un consiglio disciplinare. Compito dell’ordine è anche quello di tutelare i diritti dei propri iscritti. Detta così, potrebbe anche passare per una buona cosa ma la realtà è affatto diversa. Nel 1997 i Radicali proposero un referendum per l’abrogazione dell’ordine ed oggi l’ordine è al centro di polemiche spesso accese. Vediamo perché.

 

  1. In Italia può dirigere un giornale o una testata giornalistica pubblicata su altri media solo un iscritto all’ordine: una limitazione gravissima della libertà di informazione. Non a caso siamo al 61° posto al mondo per grado di libertà.
  2. Per essere iscritti all’Ordine è necessario superare un esame, oppure aver pubblicato per almeno due anni un numero imprecisato (varia da regione a regione)di articoli retribuiti con tanto di attestazione del direttore in carica e della dimostrazione dei compensi e dei contributi. Orrore!! E se uno pubblicasse gratuitamente? Per puro diletto o per volontariato?
  3. Il Direttore Responsabile, così è definita la carica, è responsabile appunto di quanto la testata pubblica. Cioè uno scrive una cosa, il giornale nel rispetto della libertà di stampa la pubblica non ritenendola né oscena né lesiva dei diritti di alcuno, poi si scopre che invece lo è perché una parte che si ritiene lesa vince una causa e chi ne risponde è il direttore. Unico caso al mondo, tolta la patria potestà, in cui un individuo risponde dei reati commessi da un altro. Si può comprendere che la testata riceva una sanzione, che il direttore venga ammonito, ma che ne risponda legalmente non ha senso. Ma attenti bene: è qui che si nasconde il sistema di controllo del potere. Il sillogismo è fin troppo evidente, se io rispondo di quello che tu scrivi, tu scrivi quello che dico io.
  4. Da ultimo l’ordine definisce gli onorari ed i compensi minimi per le prestazioni professionali: e fin qui niente di male. Peccato che in Italia i giovani che fanno la gavetta  siano i meno tutelati ed i meno pagati del mondo e che l’ordine taccia colpevolmente da sempre.

Abrogare l’ordine dei giornalisti significa porre fine ad una casta insensata, la cui unica regione d’essere è garantire il controllo dell’informazione al potere e privare dell’accesso all’informazione ed alla conoscenza gli aventi diritto, cioè tutti i cittadini.

Tutti gli uomini capaci di farlo dovrebbero avere il diritto di scrivere e pubblicare, Continue Reading →

03. dicembre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

Casini, Luttwak, Martino e un bicchiere di vino

Alla lunga notte elettorale di Porta a Porta, in occasione delle elezioni presidenziali americane, fra gli illustri ospiti, c’era anche l’onorevole Casini. Nessuno ha avuto il coraggio di spiegargli che nel tanto osannato sistema americano, spazio per individui come lui non c è proprio. Già perché nel sistema bipolare per antonomasia, il centro, inteso come il luogo dove si vanno a pescare i voti, grazie a quelle posizioni ambigue che si sintetizzano nel pensiero “voi datemi il voto poi vediamo”, semplicemente non esiste. Non è nemmeno contemplata la libertà dal vincolo di mandato, tanto che i Grandi Elettori sono una istituzione puramente formale in quanto “registrano” il voto del loro stato producendo il numero definitivo che sancisce l’attribuzione della Casa Bianca. Regole certe, sistema chiaro, trasparenza con gli elettori. Che c’entra Casini?

Fra gli illustri ospiti, c’era l’onorevole Martino, i cui interventi hanno destato non poco stupore. Devo dire che ho una grande stima di Martino, per quanto non ne condivida il pensiero. Fino ad oggi ritengo nessuno potesse negare all’onorevole un certo senso della misura, una competenza di affari internazionali non comune, nonché un certo aplomb ed un sense of humor gradevolmente anglosassone. Tuttavia l’impressione di quella sera è stata tutta un’ altra. Forse perché sotto Continue Reading →

11. novembre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

Gli elettori di Romney come quelli del PD

L’Italia è finita, tirata un po’ per i capelli, nel dibattito elettorale USA fra il presidente uscente ed il candidato Romney. Quel quarto d’ora di celebrità che abbiamo avuto lo ha interpretato Marchionne, rassicurando gli americani sul fatto che la produzione della Jeep non verrà spostata in Cina. Difficile davvero credere a Marchionne, almeno per noi italiani, ma si spera che gli americani se la bevano. Del resto l’elettorato repubblicano che oggi accusa Obama di avere promesso molto e realizzato poco, è uno di quegli elettorati a cui si dà a bere qualunque cosa. Che Obama non sia riuscito a realizzare tutto quello che aveva promesso è un fatto. Che possa aver disatteso le forse eccessive aspettative scatenate dal suo successo epocale, è probabile. Tuttavia è comprensibile che l’elezione del primo presidente USA di colore sia stata un evento talmente importante per quella nazione, da risvegliare le più recondite speranze e lasciar immaginare che qualunque sogno americano sia realizzabile. Ma non tutto si può fare in quattro anni. D’altro canto di Romney Continue Reading →

05. novembre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

Sperare in Romney

 Il mondo spera in Romney, sappiatelo. La maggior parte degli europei è convinta non solo che Obama sia    stato un buon Presidente, ma che davvero abbia dato inizio ad un cambiamento epocale negli USA, sia all’interno che nella politica estera. Purtroppo però l’economia statunitense è in crisi e la ripresa, seppur abbia dato qualche segnale, è lenta e faticosa. I conti della nazione non sono in ordine, il deficit è alle stelle e la Federal Reserve ha cominciato a stampare dollari a ruota libera dichiarando apertamente di non rendere più conto a nessuno di quanti ne stampi. Questo fenomeno, abbinato ad una complessa situazione dell’economia europea, potrebbe rapidamente innescare una vera rivoluzione nei rapporti fra finanza ed economia. Una rivoluzione che è auspicabile ed anzi considerata una necessità impellente per le menti più illuminate, ma assai temuta da tutti.Dai pavidi senza visione ma anche e soprattutto da quei gruppi di potere che fino ad oggi hanno gestito i destini dell’umanità e che vorrebbero continuare a farlo, percorrendo le stesse antiche strade. Un sinistro scenario che, come stiamo vivendo anche in Italia, grazie al governo Monti, altro non porta che l’impoverimento delle popolazioni, la perdita delle conquiste sociali fin qui raggiunte e, infine, la riduzione drastica anche della capacità produttiva. L’antica ricetta repubblicana per il rilancio dell’economia è ormai nota, ne abbiamo parlato diffusamente ne L’Ora della Ghigliottina, e si ripete immancabilmente da più di settanta anni: la guerra. Il settore industriale più importante di tutto il sistema economico americano è certamente quello degli armamenti ed è quello che finanzia le lobby più potenti, in grado di condizionare sempre le scelte presidenziali ed il voto delle Nazioni Unite, questo è noto. Con un presidente democratico come Obama, rimane viva la speranza di affrontare le crisi internazionali attraverso il dialogo e la cooperazione, senza assoggettarsi ai dictat di Israele e delle lobby guerrafondaie. Questo non garantirebbe in nessun caso il risultato auspicabile, proprio perché, come accennato, la scelta di non fare la guerra comporterebbe ripercussioni sul mondo della finanza difficili da digerire ed un faticoso lavoro congiunto Europa-USA, nel costruire un nuovo modello economico occidentale in grado di sostenere le esigenze dei popoli più evoluti e costosi del pianeta. Ma una speranza rimane e sarebbe bene, ritengo, tenerla accesa. Con Romney si va alla guerra di certo ed il prima possibile e si rimane nel baratro che questo modello ormai morente ha fino ad oggi prodotto. Certo, altro sarebbe se l’Europa da sola ed unita fosse capace questa volta di dire no. Se questa Europa ancora così sbriciolata avesse la capacità di affrancarsi ora e per sempre dall’egemonia statunitense, se fosse in grado di avere una voce propria. Se si decidesse a recitare di nuovo un ruolo da protagonista nello scenario mondiale. Ma prima bisognerebbe farla, questa Europa che ancora non c’è. Per ora siamo poco più di un’accozzaglia di paesi diversi, riuniti o aggiogati – a seconda dei punti di vista – sotto la bandiera di una moneta, l’Euro, nel quale sempre più vaste fasce della popolazione fanno fatica a riconoscersi. FC

03. novembre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

WEB TV

Era tanto tempo fa. Cominciavano così le storie di tempi passati nei racconti delle generazioni che ci hanno preceduto. E quando parlavano di tanto tempo, si immaginavano 20, 30 o 50 anni. Oggi per definire “tanto tempo” invece, bastano pochi anni. Se questa percezione del tempo si sia accelerata a causa del frenetico sviluppo delle comunicazioni, delle tecnologie e delle evoluzioni di scenari politico economici, oppure dipenda dal fatto fisico che la frequenza terrestre sia davvero aumentata o da tutte e due le cose, non lo so.

So che correva l’anno 1998, quando mi cimentai per la prima volta con le funzioni di streaming offerte da QuickTime, la meravigliosa tecnologia della Apple, per realizzare la mia prima Web TV. Con l’animo pioniere di sempre, realizzai un breve filmato, “grabbando” da una Tv commerciale una scenetta di Marilyn Monroe ed appiccicando da qualche parte un primo logo di Iurop, la mia testata, registrata nel 1996. Non sto qui a narrarvi le fatiche per ottenere un video di minuscole dimensioni ( in termini di kilobyte), tali da poter essere visualizzate in streaming con le connessioni analogiche del tempo -14/28 k per gli amanti del vintage! Ricordo però che digitando “web tv” su qualsiasi motore di ricerca – allora ce ne erano almeno 6 e questo la dice lunga sulla pluralità dell’offerta su internet, ma ne parliamo un’altra volta – digitando web tv, dicevo, la prima cosa che i motori trovavano era proprio la paginetta del mio rudimentale sito, con il filmetto di Marilyn ed il mio pupazzetto giallo. A proposito, il pupazzetto giallo, realizzato per me da quell’adorabile genio creativo che è Roberta Capizzi, è nato ben due anni prima di quello di AOL, per chi mi ricorda ogni tanto che gli somigli! Ma torniamo alla Web TV. Dopo qualche anno dalla mia prima creatura sperimentale, la Microsoft tirò fuori la sua web tv e progressivamente sui motori di ricerca, che intanto andavano decimandosi, non si trovò più che quella. Oggi c’è YouTube, e di recente è nato YouMedia. Giri un filmetto, magari con il cellulare, due o tre click, e pubblichi quello che vuoi. Non è fantastico? Così ho deciso di rimettermi a giocare con questa cosa che avevo immaginato in anni in cui la tecnologia non mi stava dietro e che oggi mi ha di gran lunga superato. Tanto è che mi trovo a percorrere questa avventura nelle condizioni di “dilettante”, la qual cosa mi diverte e mi affascina. Il primo video lo trovate al link qui sotto, in seguito migliorerò, promesso!

Fabio Conforti

 

Iurop WTV (al link consigliato il reload della pagina web)

http://youmedia.fanpage.it/video/UIu_SOSw58p78hDb

27. ottobre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

Presidenzialismo maccheronico

L’Italia NON è una Repubblica Presidenziale, è bene ricordarlo perché dopo anni di berlusconismo e suoi derivati si è cominciata a diffondere nella percezione popolare l’idea di un presidenzialismo “come se” o “press’a poco fatti conto” se preferite. Il sistema maggioritario con lista di nominati e premio di maggioranza come fosse antani, grazie al quale il nostro Parlamento, le Regioni, i Comuni e le Province  si sono popolate di illustri sconosciuti che nessuno ha mai votato e che sono stati scelti da quattro segretari è, a tutti gli effetti, una deformata interpretazione del dettame costituzionale. E’ bene ricordarlo e tenerlo bene a mente, poiché leggendo gli avvenimenti recenti, questo angolo di osservazione ci aiuta a capire meglio cosa in effetti stia avvenendo sotto i nostri occhi.

La nostra è una Repubblica Popolare ed è governata dal Parlamento, il quale elegge l’organo esecutivo, il governo, appunto. Come ho già evidenziato in L’Ora Della Ghigliottina, questo è un pessimo sistema, se non il peggiore, fra le democrazie occidentali, in quanto è l’unico nel quale i Ministri non rispondono al capo del governo, come invece nelle forme presidenziali, bensì sono autonomi e rispondono semmai ai loro partiti. Ma tant’è, questo è il nostro sistema ed in tal senso la Costituzione non è stata modificata. Il Berlusconi, con il maggioritario e la lista dei “nominati” ha nei fattistravolto questo modello, producendo una forza politica di proprietà e altresì un governo il cui leader è l’unico al quale i ministri rispondono (obbediscono?). Solo che nei sistemi presidenziali VERI, il capo dell’esecutivo, governo, regione o comune, Continue Reading →

12. ottobre 2012 by Fabio
Sezione: Blog | Inserisci un commento

← Articoli più vecchi