E’ stato poco tempo fa, ma non ce ne siamo accorti tutti, si è invertito il segnale. Non è successo in un attimo, si è diluito nel tempo; uno, forse due anni, direi.

Non è più l’uomo a guidare il proprio device ma il device a guidare l’uomo, si è invertito il segnale: dall’uomo verso la macchina alla macchina verso l’uomo. Rispondiamo ad impulsi elettromagnetici con lo schema del riflesso condizionato che genera immediatamente sottomissione. Il sistema, basato sulla associazione elementare  che Pavlov si è tanto accanito ad inculcare ai cani, è in realtà ben installato nel nostro sistema neurale  dai primordi. Si può dire che insieme al sistema di riconoscimento delle immagini, costituisca le fondamenta del sistema operativo della nostra materia grigia. Quanto ad immagini i nostri device hanno di gran lunga superato anche l’alfabeto geroglifico, se solo pensiamo alla icone. Poi c’è il resto… Praticamente la nostra fonte primaria di informazioni visive, quasi esclusiva, considerata la sproporzione con tutte le altre fonti ancora esistenti.

Chiunque pensasse di acquisire una qualsiasi governance sul proprio device, si ricordi che non potrebbe mai fare neanche il primo passo, senza passare per un’altra macchina.

A meno di frullarlo giù da una rupe, ma queste sono ipotesi secondarie destinate alla marginalità se non subito all’oblio. E comunque non sembra una gran modo di governarle le cose, quello di buttarle dalla rupe. Si vedano a tal proposito i politici italiani ed altre minoranze etniche.

Avendo partecipato ad un gruppo di ricerca sull’IA negli anni ’80, dal quale sono stato espulso per “immoralità” delle tesi sostenute e l’abominio del progetto presentato – ma questa è un’altra storia, ve la racconto un’altra volta – accade che talvolta qualcuno mi faccia domande stravaganti sull’argomento, oppure mi fornisca informazioni su fatti inquietanti.

La notizia del mese (Agosto 2017) è stata: due macchine si sono messe a parlare fra loro in una lingua a noi sconosciuta.

L’esperimento che ha generato il fenomeno è stato formalmente chiuso come di “prassi”, ci assicurano i portavoce di casa FaceBook, e quanto accaduto si può certamente definire del tutto normale.

Ecco, appunto: definiamo “normale”. Credo sia necessario. Allora; nel tentativo di far apprendere ad una macchina un comportamento capace di interagire con l’uomo per soddisfare i suoi bisogni primari, quali acquistare qualcosa su internet, i valenti scienziati dei quali si avvale Mark Zuckerberg, hanno pensato bene di metterla alla prova con…. un’altra macchina! Che si siano messe a parlare fra loro in una lingua a noi sconosciuta mi sembra il minimo. Ora credo che qualcuno ti stia facendo buttare del denaro, caro Mark, se davvero le cose stessero come le racconta la rete. Darei per scontato che se una macchina fosse in grado di emulare il comportamento dell’uomo nell’esprimere le proprie necessità, sarebbe assolutamente in grado di comprenderle; posto che l’Uomo si esprime quasi esclusivamente mediante interazione.

Allora Zuckerberg Mark, cosa ci dice? Che stavano combinando là dentro, prima che scappasse la notizia?

Ma davvero la notizia è “scappata”, oppure è stata messa in rete apposta, magari per attrarre investimenti?

Dovendo scegliere un ramo del frattale, prediligerei quest’ultimo. Mi sembra più promettente. Al prossimo bivio potrei trovare: serve a pubblicizzare la ricerca di Facebook, oppure per nascondere l’atro ramo, quello degli esperimenti diretti con gli umani?

Detta così evoca scene atroci ma in fondo pensiamoci bene. Cosa c’ è poi di male a fare esperimenti su esseri viventi mediante l’utilizzo di stimolazioni elettromagnetiche?

E’ del tutto normale.