Cosa esattamente è necessario capire? Mi rivolgo naturalmente ai giovani ma penso sia importante che anche i loro genitori provino a guardare le cose in questo modo.

L’età da lavoro
Generalmente, a meno di condizioni particolari, nel nostro paese siamo abituati a pensare che esista una età per cominciare a lavorare. In alcuni casi dopo la scuola dell’obbligo, in altri dopo l’università o il master, oppure dopo un corso di formazione che promette un qualche sbocco produttivo. In altri casi ancora, solo se è proprio necessario e in altri, pochissimi, se è utile a qualcosa. Quale è la vostra storia? Bene, permettetemi di dirvi una cosa: se vi riconoscete in uno solo di questi casi, siete nati già potenzialmente disoccupati.
Il lavoro, infatti, non è una cosa che si comincia a fare ad un certo punto della vita. Il lavoro è un’abitudine mentale. E le abitudini mentali si acquisiscono da piccoli, proprio fra le mura di casa. Il lavoro è fare qualcosa per ottenere qualcosa. Una ricompensa. Se fin da piccoli vi avessero insegnato che mettere a posto la vostra cameretta serviva a produrre più tempo per vostra madre da passare con voi a giocare, a leggervi una favola, o a coccolarvi, invece di affannarsi a rimettere tutto a posto lei, magari sbuffando o rimproverandovi, avreste inconsciamente acquisito un primo senso del lavoro. Lo hanno fatto i vostri genitori? E le mamme di oggi lo fanno?
Ci sono mille modi per insegnare ad un bambino a fare qualcosa per ottenere qualcosa, non c’è limite alla fantasia. E’ importante, suggerisco, far sì che apprezzi il concetto di lavoro. Non c’è nulla di disdicevole nell’insegnare fin da piccolissimi ai bambini a fare qualche lavoretto utile e ricompensarli. Ricordate sempre che per i bambini il lavoro è in primis quella cosa orribile che tiene i genitori lontani da loro e che talvolta li fa tornare a casa di cattivo umore. E non sono affatto disponibili a recepire spiegazioni sul mutuo di casa o sulla spesa, mentre sono certamente entusiasti di ricevere un premio per aver fatto un piccolo servizio.
Non ho idea di come siate stati educati né di come intendiate educare i vostri figli, ma sono certo che se siete cresciuti nell’italico paradigma: la creatura studia, o è ancora piccolo… in base al quale il vostro compito si esauriva con il prendere la sufficienza a scuola, siete candidati a diventare dei perdenti o dei disoccupati. Se in qualche modo, magari come narrato nell’introduzione, avete ottenuto un impiego, siete destinati a diventare in un tempo assai breve identici a quegli impiegati abulici, sciatti e svogliati che talvolta incontrate in qualche ufficio, che sembrano aver stampato sulla fronte: io qui ci vengo a prendere lo stipendio, non a lavorare. Oppure come quei colleghi riluttanti che ad ogni richiesta sembrano reagire con fatica, sulla cui scrivania starebbe bene la scritta “lo stipendio è un diritto, il lavoro si paga a parte”.

Se invece avete ricevuto una educazione diversa o, meglio ancora, se anche a prescindere da questa, avete acquisito attraverso l’esperienza il modo di pensare, azione-risultato, lavoro-compenso, impegno-premio, le cose cambiano radicalmente.
Cambieranno lo stesso anche se avete deciso di cominciare da ora e se fino a pochi minuti fa l’immagine che avevate della vostra vita e del vostro lavoro fosse assai simile a quella del Giulio della premessa. Non importa, proviamo.

Ora cominciamo dal cosa, dal What exactly.
Non vi sto propinando un metodo per raggiungere dei risultati a buon mercato, né ho alcuna intenzione di fare il coach della vostra vita, non ne ho i requisiti. Tuttavia vi chiedo di fare un piccolissimo sforzo di concentrazione e di guardare per un momento a come immaginate la vostra vita da qui a una decina di anni. Non dovete stimolare i vostri desideri o i vostri sogni più nascosti, non per questo tema, il lavoro ed il posto fisso in Italia. Non richiede tutto questo impegno. Basta che vi sforziate di vedere mentalmente le cose più semplici, quelle che non solo desiderate, ma che onestamente sentite di meritare. Anzi, a pensarci bene sono le cose che sinceramente ritenete che tutti abbiano diritto ad avere. C’è una casa, immagino. C’è un figlio, no?, Forse anche due?, C’è un’automobile, magari elettrica. Ho idea che ci sia anche un bel viaggio fra le vostre immagini, lo scorcio di una città romantica, o un panorama maestoso, un mare cristallino. Cosa altro? C’è festa, ci sono gli amici, c’è allegria? Immagino ci sia un po’ di tutto questo nel futuro che state immaginando e non sia poi così lontano. Ora guardiamo un po’ più da vicino: la casa. Come è la vostra casa? Luminosa, allegra, elegante, c’è un giardino o una terrazza, oppure è un buio appartamento di periferia con i muri scrostati e i rubinetti che cigolano? E la vostra auto è un modello recente, lucida e ben tenuta, oppure è una carretta che si tiene insieme per scommessa? E i vostri figli che fanno? Giocano nella loro cameretta o sono in strada a rimediare i primi pugni dalla vita? E adesso guardiamo un attimo il vostro lavoro. Cosa fate di bello per vivere? Come è il vostro ufficio, dignitoso, elegante, ordinato, accogliente? Oppure, polveroso trasandato, pieno di carte, scartoffie, rumoroso, con le poltrone rappezzate, le tende cadenti?
Fate qualcosa che vi fa sentire utili, che vi impegna, oppure passate il tempo in attesa che finisca l’orario di lavoro? Quando entrate in ufficio la mattina siete sorridenti o vi trascinate?
State svolgendo una attività che è inerente ai vostri studi, che vi appassiona, oppure avete preso la prima cosa che avete trovato? E quando svolgete il vostro compito con un buon risultato c’è qualcuno che ve lo riconosce? Se imparaste a fare meglio qualcosa o a specializzarvi in un ambito, se diventaste davvero bravi, avreste una promozione, potreste diventare di più? Potreste guadagnare di più?
Fatemelo dire prima che cominciate ad affezionarvi troppo all’idea: se siete in un pubblico impiego, la risposta è no. Se lavorate in una grande azienda la risposta è ni, nel senso non sempre e non subito, e certamente non per tutti i ruoli, ma generalmente è possibile. Se siete impegnati in una piccola impresa la risposta è certamente sì.
Fortunatamente il 95% del tessuto produttivo del nostro paese è rappresentato dalle piccole imprese. Sfortunatamente la maggior parte dei giovani italiani anela al pubblico impiego. (Cfr Carmignani Aprile 2012)