Ora torniamo al lavoro: il vostro primo giorno di lavoro. Se vi dicessero adesso che sarà così, pressoché identico, anche l’ultimo, vi piacerebbe l’idea? Cosa si prova davanti alla visione di una vita immutabile? Oggi esaminate una pratica, avvitate un bullone, rispondete ad una telefonata, e domani? Lo stesso; anche dopo domani e ancora. Per 40 anni! Andrete nello stesso posto, farete le stesse cose, per 8 ore al giorno, un terzo della vostra vita. Già scritta, già segnata. Condannata. Ma il potere vi ha camuffato questa squallida realtà, inserendo una sola parola: sicura. E’ con questo trucco che vi hanno venduto il loro sistema e ora vedremo come e perché.

Da più di trent’anni partecipo alla vita del paese con impegno diverso ed in diversi ambiti.
Ho attraversato molte crisi, da quella del petrolio degli anni 70 a quest’ultima in corso. Ho visto lotte sociali a volte aspre a volte risibili, altre, troppe, manipolate. Ho sentito parlare di diritti civili e di diritti dei lavoratori. Di contratti, di rinnovi, di pensioni, di assunzioni e di licenziamenti. Di ammortizzatori sociali e di garanzie previdenziali. Di tutele. Di una cosa non ho mai sentito parlare nessuno. Né un politico né, men che mai, un sindacalista. Di quella stessa cosa che fa la differenza fra la casa buia e in rovina e la villetta con giardino, fra l’ufficio pieno di scartoffie ed in stato di abbandono e quello luminoso ed accogliente, fra i figli cresciuti in un parco ben curato o abbandonati all’arroganza della strada. Fra il riconoscimento delle vostre qualità, il premio dei vostri impegni e l’indifferenza. Si chiama crescita. Nessun altro termine è più inviso alle categorie al potere in questo paese. Non viene mai pronunciato neanche per sbaglio. Se ne parla in modo fumoso e generico in questi giorni ma a tutt’altro proposito. Si parla del Pil, del debito, del gettito fiscale, è sopratutto quella la crescita a cui pensano i nostri governanti. Ma nessuno, mai, vi ha parlato né si preoccupa della vostra crescita personale. Ogni tanto qualcuno butta lì una parola come meritocrazia, così, a vanvera. Non sanno neppure di cosa si tratti, tanto non capiscono quanto sia irrealizzabile la meritocrazia senza alla base un sistema orientato alla crescita personale. Avete mai sentito un sindacato che chieda venga inserita nella retribuzione una parte mobile, legata al risultato, un sistema premiante, una incentivazione? Avete mai sentito parlare di piano di carriera? Qualcuno vi ha sottoposto un obiettivo politico che preveda il raggiungimento di un reddito pro-capite più alto? Qualcuno ha scioperato o è sceso in piazza a chiedere tremila euro al mese invece dei milletrecento che sono lo stipendio medio in questo paese? Mai.
Si dibatte, si chiacchiera o ci si stracciano le vesti per garantire la parità di diritti e di opportunità, abbiamo anche un Ministero dedicato al tema. Che siano uguali per tutti è sacrosanto, ma quali sono queste opportunità? What exactly? Cosa davvero possiamo fare? Quale è l’opportunità da cogliere? Se una maestra si impegna, si aggiorna, si dedica con amore e passione al suo lavoro e ottiene ottimi risultati dai suoi alunni, guadagnerà di più di una sua collega che ripete a noia una vetusta routine didattica? No, guadagnerà qualcosa in più solo con il passare degli anni, con l’anzianità. Se siete bravi nella vostra funzione, se imparate i meccanismi del vostro ufficio, se vi sforzate di organizzare meglio il vostro lavoro, sarete promossi? Vi affideranno un incarico di maggiore responsabilità? No. E’ uguale, è indifferente. Nel pubblico impiego ma anche nella grande industria (il 60% della grande industria italiana è ancora di proprietà dello stato, ndr), sia che andiate al lavoro sia che non ci andiate, sia che produciate risultati o creiate sacche di inefficienza, sarete ugualmente retribuiti, avanzerete nello stesso modo, per vecchiaia. Dopo venticinque anni di lavoro il vostro stipendio sarà aumentato si e no del 12% e non per merito vostro. Perché?
La risposta è semplice, quanto tragica. Perché oggi in Italia puoi fare carriera, diventare dirigente, guadagnare di più e ottenere anche odiosi privilegi (non eravamo tutti uguali?) solo per volontà politica. Ci vuole una nomina. Devi essere “in quota” ad un partito, ad un sindacato, ad una mafia, diciamolo pure. Devi fare un favore, devi obbedienza. Devi garantire affari, posti di lavoro, privilegi e usurpazioni di ogni tipo. Scordati pure le tue capacità, le tue competenze, ogni tuo merito. Non servono. Conta solo l’obbedienza, l’omologazione e l’asservimento al sistema di potere. Così, in questo humus marcio e maleodorante, fiorisce la pianta della corruzione, dello spreco, della cattiva gestione. Intere generazioni di dirigenti incapaci, quelli che una volta chiamavamo boiardi di stato, sono cresciuti ed hanno prosperato per anni in questo modo. E per anni abbiamo visto e continuiamo a vedere passare sulle nostre strade, davanti agli asili dei nostri figli, rubagalline ignoranti, amministratori negligenti, sfoggiare le loro auto blu, i loro immeritati privilegi. Attoniti, li vediamo fare carriera con rapidità fulminea, più errori madornali commettono, più disastri e sperperi combinano e più salgono in alto nella scala sociale, più sono premiati da questo sistema.
Davvero siamo ancora disposti a pagare questo prezzo in cambio di quella famigerata “sicurezza”? Siete davvero convinti che ne valga la pena? Provate a guardare bene di cosa è fatta oggi quella sicurezza. Quale garanzie vi dà, cosa avete messo al sicuro, quale futuro, quale qualità della vita. What exactly, ancora una volta. Eravamo il popolo meglio vestito al mondo e ci nutrivamo con la miglior qualità del cibo, oggi ci vestiamo di stracci importati e siamo costretti a comprare schifezze al discount. Producevamo le migliori automobili al mondo, oggi non abbiamo più nemmeno un modello nostro, Ferrari a parte. Abbiamo insegnato al mondo ad educare i bambini (Montessori, ndr), oggi abbiamo asili nido e scuole elementari da villaggio centro africano. Le case degli italiani si riconoscevano ovunque per la qualità dei materiali il buon gusto, l’attenzione al dettaglio. Anche fra gli immigrati nelle miniere del Belgio, le case degli italiani, seppur modeste, brillavano di luce propria; oggi viviamo in contesti di urbanizzazioni selvagge, senza servizi senza infrastrutture. Manufatti scadenti che crollano con un soffio.

Pensate davvero di migliorare la situazione rimanendo lì, attaccati al lampione aspettando che il lavoro passi da casa vostra? Pensate davvero di poter realizzare una vita minimamente dignitosa con un bel posto fisso, quale che sia? Beh, allora non c’è niente da fare, siete morti.
Fino a quando non capirete, e non imparerete a pretendere, che cambiare lavoro significhi crescere, arricchire la propria esperienza, aprire nuove opportunità alla vostra vita, poter negoziare, scegliere, guadagnare di più e avere ciò che meritate, non avete speranze. Continuerete a dare spazio a questi cialtroni, a farvi governare da gente che, in reali e concrete condizioni di parità, non meriterebbe nemmeno la vostra attenzione. A consegnare la vostra vita intera e, peggio, quella dei vostri figli, ad un sistema che ne farà solo macerie. Se invece davvero avete deciso di cambiare, allora cominciate dal vostro lavoro. Cominciate a guardarlo in un altro modo. Chiedetegli di darvi quello che vi occorre e fate in modo che il vostro lavoro sia lo strumento migliore di cui disponete per ottenere la vita che davvero volete e onestamente meritate. Allora comincerete a vedere perché il fatto che sia fisso e garantito è l’ultimo, il più trascurabile, il più insignificante e marginale dei requisiti che un lavoro debba avere.
Segue….