Ai giovani italiani in cerca del posto di lavoro

Giulio è stato assunto. Finalmente ha un posto. Quest’anno ha partecipato a ben cinque concorsi per impiegato comunale, addetto al deposito dei bus, assistente generico nella ASL, bidello e addetto alla mensa. Una faticata, povero ragazzo, ma alla fina, anche con qualche aiutino dello zio Antonio, bisogna riconoscerlo, è stato assunto. Ora ha un posto ed è davvero una grande gioia per tutta la famiglia. Sì, è vero non ha ancora finito gli esami di biologia molecolare, ma che importa, in fondo dove vuoi che ci sia lavoro per uno con una laurea così. E pensare che all’inizio avrebbe voluto fare il biologo marino, a lui piace tanto il mare…..ma chi ci dà da mangiare ad un biologo marino, a chi serve?  No, no, un bel posto fisso, quale che sia, ma sicuro, anzi sicurissimo; perché ci siamo informati e anche la mensa è del comune e quindi è pubblico impiego. Ora organizzeremo una bella festa con i parenti e gli amici perché questa è come una vincita al lotto, si capisce. Ora basta con questo treno di un’ora fino a Roma, tutte le volte che c’era lezione, che gli toccava alzarsi presto e a me preparargli la pietanziera. Pensa, che il posto è pure sotto casa, cinque minuti a piedi, non di più.

E’ così, con questa cultura, con questa “saggezza popolare” della quale sono imbevute fino al collo le generazioni che ci hanno preceduto, che è morto il nostro paese.

La cultura che vede il posto fisso, quantunque indifferenziato e mal pagato, come un traguardo, invece che come una rinuncia. Come un privilegio invece di una sconfitta. Questa orribile ossessione italiana, volutamente radicata nel popolo, ha un prezzo inammissibile per l’intera società. E’ il prezzo delle giovani generazioni demotivate, disinteressate, deresponsabilizzate. Incapaci di prendere nelle mani il proprio destino, di scegliere invece che sperare, di immaginare, di sognare anche, di costruire, non di elemosinare. Questo modello italiano ha fatto perdere al nostro paese più giovani di una guerra. Fra quelli che se ne sono andati, quelli che non cercano più e quelli che si accontentano, oltre il 60% dei giovani si è ormai “chiamato fuori” dal paese, non partecipa non se ne cura, non crede. Gli altri, i privilegiati, scendono in piazza per il posto fisso al call center, o come hostess o, peggio, come operai. Strillano e fingono di agitarsi a comando, contro il precariato, un termine orribile quanto insignificante al quale in vent’anni siamo riusciti solo a togliere l’erre moscia.

Come abbiamo potuto creare dei mostri simili? Come abbiamo potuto immaginare che un giovane cominci a vent’anni a lavorare ad una catena di montaggio e possa fare la stessa cosa per trentacinque anni di seguito? Possibile davvero che una hostess voglia trascorre 40 anni a portare caffè su e giù per un corridoio di cinquanta centimetri? Davvero quando immaginiamo i nostri figli al lavoro, li vediamo con una cuffietta e un monitor come polli in batteria, e pensiamo sarebbe bello che durasse per sempre?

Io non credo. E spero di essere riuscito ad esporre le cose in modo che qualche dubbio cominci ad insinuarsi anche in voi. Ma non basta osservare il rovescio della medaglia, gli aspetti avvilenti, il grigiore intrinseco della monotonia, l’aridità delle cose fisse, della  sterile ripetitività, per cambiare la vostra valutazione. Ben presto le piccole paure, il desiderio di sicurezza, il pensiero comune, vi riporterebbero nella vostra area di comfort e ricomincereste a vedere e a recepire quei vantaggi, ma anche quei bisogni che la nostra società ha ben radicato come modelli e continua ad ostentare e ad imporre come valori.

Al massimo potrei cavarmela con un apprezzamento per la narrativa, ma non otterrei certo la vostra adesione. Seppure cogliessi un qualche risveglio in voi, questo sarebbe sempre minato dal dubbio. Ed è questo che soprattutto mi chiedo ormai da tempo.

Cosa, esattamente? What exactly, come dice spesso Tony Robbins, uno dei migliori maestri che abbia incontrato. Cosa esattamente, farà cambiare le cose? FINE PARTE 1 Segue….