Molti anni fa, la EXXON, la più grande compagnia petrolifera del mondo (in Italia Esso, ndr) diede inizio ad una forte campagna per l’uso dei distributori self-service. Facendo il pieno di benzina da solo, il consumatore otteneva un leggerissimo risparmio sul costo del rifornimento. In quegli anni il prezzo del carburante in Italia non era ancora stato liberalizzato, dunque lo sconto che la compagnia poteva praticare era assai esiguo. Erano anche gli anni in cui la benzina senza piombo  non era ancora in uso: le malattie causate dal piombo inalato per anni dagli addetti alla pompa, cominciavano ad essere riconosciute come cause di servizio, procurando non pochi danni economici alle compagnie. Oggi la benzina verde crea certamente danni minori e, con la liberalizzazione del mercato, gli sconti praticati dalle compagnie sono aumentati significativamente. Così si è diffusa sempre di più l’abitudine di rifornirsi al self service quotidianamente e non solamente in condizioni di emergenza. Personalmente non ho mai gradito questa politica, per due ragioni fondamentali: la prima è che sono una persona ben disposta  a pagare un servizio e riconoscerne il valore, invece che a cimentarmi in un lavoro che non mi appartiene. La seconda è che mi apparve subito chiaro che quella politica, una volta diffusa, come è oggi, avrebbe tagliato migliaia di posti di lavoro, a fronte di risibili risparmi individuali.. Non potevo allora prevedere anche il peggio, che si è poi regolarmente verificato. Oggi infatti, schiere di immigrati, non sempre regolari quanto allo stato di immigrazione, sempre irregolari quanto allo stato di lavoratori, hanno occupato quei posti lasciati liberi, presidiando ormai la stragrande maggioranza delle pompe self service del nostro paese. A nessuno verrebbe in mente, per umana comprensione e cortesia, di non lasciare qualche spicciolo al ragazzo che ci serve, risparmiandoci l’onere di scendere dall’auto, comprendere l’uso della macchinetta ed impuzzolentirci di benzina le mani per fare rifornimento. E’ corretto. Lo è sia dal punto di vista pratico che, ancor più, da quello umano. Solo che nessuno sembra rendersi conto che così facendo abbiamo tagliato negli anni migliaia di posti di lavoro regolari, creando disoccupazione, lavoro sommerso, ed economia in nero, in cambio di un piccolo, modestissimo risparmio, per lo più compensato dalla “mancia” che elargiamo al povero immigrato. Tralasciando per un momento il fenomeno immigrato, senza però dimenticarcene, è un fatto ormai acquisito che per un pur breve momento, diciamo una volta a settimana, ciascuno di noi impiega parte del proprio tempo per fare il lavoro del benzinaio. Non importa se tu sia un medico, un impiegato o un commerciante, sei anche un poco benzinaio; ogni tanto.

 

Da bambino, talvolta accompagnavo mia nonna al mercato, nelle mattine di inizio estate, quando la scuola era finita ma non si era ancora in villeggiatura. In ogni banco era presente un oggetto che mi incuriosiva molto e passavo spesso del tempo ad osservarne il funzionamento. Era la stadera: una bilancia ad un solo braccio, dove il commerciante poneva la frutta o gli ortaggi in una specie di padellona nera e poi faceva correre lungo un braccio un peso, dopodiché dichiarava il prezzo da pagare. I gesti erano veloci, esatti, ed il rumore del peso che scorreva lungo l’asta somigliava a quello di un carrello ben oliato.

Ce ne erano tante di stadere nel mercato e tutto introno a me risuonava quel veloce rotolare di carrelli, che mi ricordano ancora oggi le scotte della barca, quando fanno girare il winch. Curiosa associazione acustica, ne convengo. Allora c’erano tanti piccoli banchi con i prodotti esposti, le verdure e le frutta con i loro mille colori, sopratutto, ma anche le carni, i formaggi, meno il pesce, forse quello sì, era più raro. Dietro ad ogni banco, c’era un personaggio diverso: una grassa signora genuina e salace, un nerboruto baffone che mi ricordava Obelix, un giovane scaltro e smaliziato, un ragazzino che aiutava, con il quale ogni tanto azzannavamo un san marzano succoso, nascosti dietro le cassette di legno.  Spesso la scelta dell’acquisto era determinata più dalla simpatia del venditore che da una mera selezione di prezzo o di qualità. Oggi nei supermercati ci sono banconi enormi, dieci, forse anche venti volte più grandi di quelli del mercatino sotto casa. Ci sono esposte molte più mercanzie, alcune anche di origine esotica. E’ tutto bellissimo, almeno in apparenza; non c’è bisogno di toccare, verificare; assaggiare men che mai. Non c’è più la stadera né, tantomeno, la grassona simpatica o Obelix. Ti scegli quello che vuoi, te lo imbusti, te lo pesi e te lo prezzi su una bilancia elettronica con dei pulsanti numerati. Credi che sia il progresso ed in parte sarà anche vero. Peccato che non sai da dove venga quello che mangi e, peggio, non sai che la metà di quello che vedi sarà buttato perché è troppo, non si fa in tempo a venderlo prima che marcisca. Non sai neanche o non ti ricordi se non in caso di agitazioni degne della televisione, che molti prodotti dell’orto e moltissima frutta vengono buttati appena prodotti, perché invendibili, in questo sistema. O perché pagati troppo poco o perché “in eccedenza” rispetto agli accordi di scambio commerciale della nostra grande, folle, comunità economica. Quel che conta di più è che una volta o due a settimana, vai al supermercato, non parli con nessuno, ti scegli la frutta o la verdura, la pesi senza aver mai giocato con una stadera, te la imbusti e te la porti via. Fai l’erbivendolo: un poco, ogni tanto.

 

Il Professor Domenico De Masi ripeteva spesso ai suoi studenti : “Non fate mai un lavoro ripetitivo, perché prima o poi verrete sostituiti da una macchina. Guardate i cassieri delle banche, oggi sono stati soppiantati dai bancomat”.

C’è anche di più, oggi, c’è l’home banking. Comodo, per carità. Non ti devi recare in banca, non devi fare fare la fila, non hai un problema di orario. Solo che ti paghi la tua postazione di lavoro -il tuo computer- la tua connessione ad internet e che devi “imparare” un altro lavoro, quello dell’impiegato di banca. C’è tutto scritto, nessuno che ti insegni o suggerisca, c’è da sapere cosa sia un bonifico, un MAV, l’IBAN, il PIN, la password. Una vera giungla per un popolo per il 70% composto da anziani! Le banche hanno risparmiato moltissimo sui costi del personale, cioè hanno tagliato migliaia di posti di lavoro, ma tu paghi anche un canone per il “servizio”. Quale servizio, visto che si basa sul tuo lavoro? Perché mai pago una commissione su una operazione che faccio io e con i miei soldi? La domanda è legittima e il discorso assai lungo. Intanto hai imparato e anche tu fai un poco il bancario. Un poco, ogni tanto.

 

Questo nostro fare un poco e ogni tanto il lavoro di altri sarà anche figlio del progresso e della modernizzazione, è innegabile. Di certo ha eliminato dalla scena sociale o quantomeno drasticamente ridotto, la presenza di occupazioni che, a torto o a ragione, sono diventate inutili e obsolete. Probabilmente, ma c’è ancora molto da verificare questo assioma, il fenomeno descritto ha prodotto economia. Nel senso che ha consentito ampi risparmi e conseguentemente, riduzioni dei costi. Cosa che in una società in evoluzione dovrebbe poi rappresentare un aumento della ricchezza distribuita, offrendo ampi margini e spazi per occupazioni più qualificate ed assai meglio retribuite.

Da come stanno andando le cose, non sembra sia andata proprio così.

Una analisi puntuale, segmento per segmento, delle aree di sviluppo dove a fronte della riduzione dell’occupazione si sia prodotto reddito e meglio ancora nuova ed altra occupazione, aiuterebbe molto la lettura dei fenomeni e l’individuazione dei rimedi che la nostra società deve con urgenza perseguire, pena la sua stessa sopravvivenza.

Non avendo la presunzione di risolvere oggi questo nodo, che pure a mio avviso rappresenta la vera sfida del nuovo modello di società che ci accingiamo a costruire, mi preme osservare un elemento di forte contraddizione che, con ogni probabilità inficia la validità del processo. Si può infatti sostenere che, compiendo ciascuno di noi, un poco alla volta il lavoro che andiamo sostituendo, libereremo più energie e risorse per altro. E sia. Può darsi.

C’è però una attività che noi tutti svolgiamo e che ci porta via molto, moltissimo tempo. Non un poco, ogni tanto, come il benzinaio, o l’erbivendolo. Non pochi minuti, come l’home banking. E’ una attività che ci ruba intere mattinate, ci defatiga in lunghe peregrinazioni, ci esaspera nell’apprendimento di processi, procedure obblighi ed adempimenti nella maggior parte dei casi di gran lunga fuori da ogni logica umanamente accettabile.

Tuttavia, pur facendo noi questo lavoro al posto di altri, non abbiamo risparmiato mai un solo centesimo, non un’ora del nostro tempo. Peggio, non abbiamo tagliato neanche uno dei posti di lavoro che paghiamo sebbene siamo sempre più noi a fare il lavoro per loro ed in cambio abbiamo visto ridursi sempre di più la qualità dei servizi.

E’ l’impiego pubblico.

Un italiano spende in media da tre a cinque giorni al mese per fare il lavoro dell’impiegato della pubblica amministrazione, pur non essendolo. Altro che un poco, ogni tanto.

E’ qui dunque che si annida il più grande scempio di risorse, il più colpevole degli sprechi, il più insensato e costoso dei disservizi.

Vorrei ancora la stadera e il benzinaio, rivoglio Obelix e il pomodoro fresco, ma forse non sarà possibile averli indietro.

Però esigo e pretendo un servizio pubblico di primordine, dato che continuo a pagarlo il prezzo più alto d’Europa, e voglio smettere di fare l’impiegato pubblico, neanche un poco, neanche ogni tanto!

 

FC

2-7-2013